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Bonsignore: Stop al “marchettificio” bipartisan

17/08/2013

Tratto da "Lo Spiffero" del 17 agosto 2013


Un super partito consociativo governa da oltre vent'anni Torino e il Piemonte: munge le mammelle pubbliche per fini di potere personale. Finanziandosi grazie alle tasse e mandando sul lastrico cittadini e imprese. Per Bonsignore (Pdl) è tempo di dire basta


C’è un superpartito che governa ininterrottamente, da oltre vent’anni, le principali amministrazioni piemontesi, la Regione e il Comune di Torino in primis, un regime consociativo fondato sulla spartizione del potere, corroborato dalla lottizzazione delle cariche pubbliche, alimentato da fiumi di denaro. Un mostro vorace che ha depredato ricchezze, moltiplicato privilegi, sprechi e clientele, e che neppure di fronte al conclamato fallimento intende mollare la presa. Per Vito Bonsignore è questo il fronte di attacco sul quale deve muoversi il centrodestra: «Non è più tollerabile un sistema pubblico che continua a bruciare a enormi quantità di risorse attingendole direttamente dalle tasche dei cittadini, un’idrovora famelica quanto insaziabile che ha esteso progressivamente i suoi artigli su fette sempre più consistenti della società, arrivando a scaricare il fardello delle sue nequizie sul groppone dei cittadini. Per non far fallire il sistema mandano in bancarotta cittadini e imprese». L’europarlamentare e azionista di riferimento del partito berlusconiano in Piemonte punta il dito sull’asse tra piazza Castello e Palazzo Civico, direttrice di marcia di quella “concordia istituzionale” varata in tempi olimpici dai vertici delle istituzioni locali e recentemente ravvivata dalla lobby o squadra Piemonte. «Dietro al nobile e supremo “interesse collettivo” si sono nascosti e si nascondono accrocchi assai meno nobili – continua il vicepresidente del gruppo Ppe di Bruxelles -. E sia chiaro, anche per quanto riguarda casa mia: qui non c’è alcuna buona fede, magari imposta da una malcelata sudditanza culturale nei confronti della sinistra. Manco per idea: si è voluto scientemente costruire un enorme marchettificio, un sistema che spreca soldi a fini clientelari».

Bonsignore ha sul suo tavolo di casa il lungo elenco della miriade di società in cui il pubblico è, a vario titolo, coinvolto: consorzi, agenzie, aziende vere e proprie, e in questi giorni di relax sta spulciando i bilanci, gli incarichi affidati, le consulenze assegnate. Persino a una vecchia lenza della politica come lui la situazione appare sconvolgente: «Sono centinaia di società, per la quasi totalità finanziate grazie ai trasferimenti e alla fiscalità generale. Molte di queste erogano prodotti e servizi di qualità scadente e a costi fuori mercato. Si va dall’immobiliare all’informatica, dalla logistica al legno, arrivando persino a fare investimenti a Palermo e in Cile». Troppo pubblico, occorre che lo Stato in tutte le sue articolazioni si ritiri: «I politici si sono messi a fare gli imprenditori con i soldi dei cittadini. Solo che non sono capaci e giacché il loro core business è il consenso ecco che il sistema si è, direi quasi inevitabilmente, trasformato in un imponente marchettificio». Tagliare la spesa pubblica significa per Bonsignore concretamente chiudere Partecipate, mandare a casa presidenti e cda, rimettere sul mercato attività, destinare le scarse risorse al sostegno dell’attività manifatturiera, «smettendola una volta per tutte con le contribuzioni a pioggia o con i finanziamenti a una formazione professione ridotta a palliativo della disoccupazione. Occorre costruire l’habitat ideale per fare impresa». La scommessa ha orizzonti nuovi ma un cuore antico, quello della cultura liberale, un impianto in cui il tema della “sussidiarietà” assume un ruolo fondamentale per lo sviluppo della comunità. «Si rileggano in tal senso i passi illuminanti di Adriano Olivetti o di certi studiosi inglesi del secolo scorso per capire come l’assistenzialismo anche quando ammantato da ragioni sociali è deleterio e alla fine del tutto inutile».

Se la battaglia è quella di denunciare il «grande imbroglio» che ha governato gli ultimi vent’anni Torino e il Piemonte, la ricetta che Bonsignore consegna a Roberto Cota e agli esponenti del centrodestra è concreta: riduzione netta della spesa, razionalizzazione del complesso delle Partecipate, rimodulazione delle addizionali in modo da determinare vantaggi fiscali a favore di chi investe e produce, sostegno alla formazione professionale di alto livello. E ributta in campo un suo vecchio pallino: la città politecnica. «A dare il segno dell’arretratezza del nostro ateneo, pur nella sua eccellenza sul piano didattico, è il rapporto studente a metro quadro: 1 a 8, mentre la media nei centri di eccellenza è di almeno 1 a 30. Servono spazi. E noi invece cosa facciamo? Alle Ogr pensiamo di fare un centro convegni e un supermercato, alle Nuove un museo… Temo che la peggior colpa ascrivibile all’attuale classe dirigente sia l’assenza di una visione prospettica. D’altra parte sono troppo impegnati a spartirsi le ultime briciole di potere, e non si accorgono che il sistema è al collasso, è giunto alla fine».

Ma Bonsignore non demorde, ritiene che indipendentemente dai  guai giudiziari di Berlusconi («a cui va la mia più totale e incondizionata solidarietà, anzi: l’affetto») per il centrodestra si apra una stagione ricca di opportunità. «Stiamo ricostruendo la rete territoriale per garantire la nostra presenza capillare, dal più piccolo Comune al capoluogo. Abbiamo la fortuna di avere a capo del partito un giovane di solida cultura liberale refrattario alle camarille di potere qual è Enrico Costa». E smentendo seccamente i boatos di suoi presunti movimenti in direzione Udc («Sciocchezze, il neo-centrismo non ha alcuna chance») assicura: «Contrariamente a quanto è capitato nel recente passato noi vogliamo far vincere il centrodestra a Torino». Chiaro no?